La storia della nostra famiglia è, più che altro, una storia di padri che hanno sempre educato le loro figlie a…comportarsi da uomini. Detta così, suona forse un po’male, ma è, invece, una storia di autonomia.  Per una serie di circostanze, nella nostra famiglia le figlie femmine sono state educate, per generazioni, a decidere, a pensare, a dire la propria, ad essere autonome e…a gestire uliveti, proprio come i figli maschi.

La storia della Vernèra inizia infatti alla fine dell’800, con il nostro bisnonno Vito il quale comprò un fazzoletto di terra, un minuscolo uliveto da lasciare ai suoi figli. E non solo ai suoi figli maschi; anche a Peppina e a Grazia, perché avessero le stesse opportunità dei fratelli.

Col tempo, negli anni ’30, la Vernèra divenne una proprietà più grande grazie a suo figlio Gaetano, nostro nonno, che sposò la nonna Grazia. La nonna, era figlia del bisnonno Ciccio il quale, non solo aveva sposato sua moglie Vincenza, donna indipendente, di grande carattere e intraprendente, ma, insieme a lei, aveva educato la sua unica figlia Grazia, nostra nonna appunto, al pensiero autonomo, al sapersela sbrigare bene anche da sola, alla regola del “chi fa da sé fa per tre”!

I miei nonni, Gaetano e Grazia, ebbero a loro volta, oltre a nostro padre, anche una figlia: Giovanna. Anche Giovanna studiò, imparò a tradurre dal greco e dal latino senza consultare il vocabolario e…si occupò della gestione della Vernèra, coinvolgendo anche suo marito Pippo, ma nei lavori di campagna.

Infine, nostro padre Vito, che era un medico e che amava con tutto sé stesso i suoi uliveti.

Noi siamo in tre, ma nostro fratello, suo malgrado, non ha purtroppo il tempo di dedicarsi alla campagna. Così lo facciamo noi, mia sorella ed io. Lei è più portata per il lato “pubblico” dell’essere produttori di olio, quello che ha a che fare con la promozione, i concorsi, le fiere. 

Io invece amo la campagna e l’atto stesso del “fare olio”. 

Occuparci della nostra Vernèra, in fondo, è stato del tutto naturale. Nostro padre ci ha insegnato la cura, l’amore, il rispetto per la terra, per gli ulivi e per l’olio. Insieme alla certezza che, maschi o femmine, tutti dobbiamo fare al meglio il nostro lavoro.  Ce lo ha insegnato fin da quando eravamo piccole, un po’ alla volta, in modo semplice. All’inizio, erano solo passeggiate tra gli uliveti, l’osservazione delle prime fioriture, qualche giorno di raccolta. Insieme, la trasmissione di aneddoti, nomi, luoghi, tecniche, varietà. Poi, appena adolescenti, gli approfondimenti: la fioritura, l’allegagione, il clima, l’acqua, il tempo, la mosca, l’invaiatura, la raccolta, le temperature, il frantoio ideale.

Un po’ alla volta, abbiamo iniziato ad essere più autonome, ad occuparci in prima persona della raccolta delle olive, del coordinamento delle squadre di raccoglitori, della potatura, del trattore, dei concimi biologici, della pulizia.  Abbiamo imparato la gioia incontenibile del profumo del primo olio in frantoio e il dolore inconsolabile delle olive ammuffite sugli alberi per un banale sbalzo climatico. Siamo cresciute facendo le nottate in frantoio, con gli uomini, con il loro iniziale divertito stupore e il loro dissimulato piacere nel condividere con noi le loro esperienze e il loro lavoro. Districandoci tra burocrazia e ingaggiamenti, tra misure europee e certificazioni di qualità. Scegliendo etichette da dedicare ai nostri cari e bottiglie comode per chi dovrà usarle. Facendo i salti mortali per far quadrare i conti che, nell’anarchico regno dell’agricoltura, per definizione non quadrano mai. Rifiutandoci, sempre, di tradire la Qualità e distogliendo lo sguardo di fronte agli ammiccamenti leziosi delle leggi di mercato.

Seguitiamo ad essere quello che siamo. Come avrebbero sicuramente fatto le Peppina, Grazia, Vincenza, Giovanna, ancora Grazia, ancora Giovanna, Lavinia, della nostra famiglia.